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  Cenni Storici

Il territorio di Motta di Livenza ha origine antiche, sicuramente preromane. I primi abitanti furono, con tutta probabilità, un gruppo di Paleoveneti come attestano diversi rinvenimenti archeologici.

La presenza del corso fluviale del Livenza ha sempre rappresentato per le genti di queste terre un punto di riferimento importante. Le testimonianze disponibili permettono di ricostruire il primo insediamento ufficiale certamente a partire dal 148 a.C. nel luogo dove la via consolare Postumia, unico collegamento tra il mar Adriatico e il mar Ligure, attraversava il fiume. Qualche secolo dopo in un quadro di viabilità di terra e di fiume, quell'insediamento ricevette fra i primi in terra veneta il messaggio cristiano.

Qualche decennio prima di Cristo sorse anche Lorenzaga, ai confini occidentali del Concordiese, proprio allora centuariato dai vecchi legionari di Cesare, di cui si presume assuma il nome dall'ufficiale romano che con i suoi militi aveva ricevuto in dono queste terre .

Fu teatro nel 776 nei pressi del ponte sulla Livenza, di uno storico scontro tra il duca longobardo del Friuli Rotcauso e Carlo Magno nell'ultima battaglia per la conquista dell'Italia da parte dei Franchi.

Nel X secolo all'epoca delle invasioni degli Ungari, venne innalzato un castello a difesa degli abitanti in un rialzo, "motta" ( rialzo artificiale nella confluenza del fiume Monticano nella Livenza).

Più tardi, verso il 1089, il castello fu dato in feudo ai signori Da Camino che qui restarono per circa trecento anni.

Intanto il nome dell'antica motta viene usato ovunque per designare questa località, che, da allora, si chiama Motta oppure La Motta; lo stesso Castello è conosciuto come il Castello della Motta. Determinante per la storia di questi luoghi fu l'anno 1291 quando i Da Camino decisero di donare il Castello, la terra e gli abitanti alla Repubblica di Venezia .

Motta così prima città di terraferma a passare per propria libera scelta con S. Marco, fu insignita del titolo onorifico di "figlia primogenita della Repubblica".

Solo nel 1388 la città di Motta, assieme a tutta la Marca Trevigiana, passò definitivamente alla Repubblica di S. Marco, rimanendovi fino al 1797.

Durante il periodo della Serenissima, Motta raggiunse il suo massimo splendore e dopo la conquista veneziana del Friuli nel 1420, diventò un affermato centro commerciale, con un importante porto fluviale, punto nodale per lo scambio delle merci fra questi territori fra Veneto Orientale, Friuli e Venezia.

Nel '500 durante la guerra fra Venezia e la lega di Cambrai, in questi territori si succedettero scontri terribili e la città spesso attaccata, restò tuttavia sempre a Venezia, meritandosi il titolo di "Figlia prediletta della Repubblica".

Il 9 marzo del 1510, successe il fatto prodigioso dell'apparizione della Madonna al contadino Giovanni Cigana, e sul posto a perenne ricordo, venne eretta una Basilica, ancor oggi importante centro spirituale e di pellegrinaggio.

Il '500 è il secolo d'oro per Motta: il centro storico conosce un grande sviluppo urbanistico ed architettonico, il Castello è consolidato con cinque torri, viene ricostruita la chiesa che diventerà il Duomo di S. Nicolo' e, nella campagna cominciano ad essere costruite le prime splendide ville del patriziato veneziano.*

Nacquero in quel periodo alcuni importanti personaggi: fra questi meritano di essere ricordati il cardinale Girolamo Aleandro (1480-1542), rettore dell'Università Sorbona di Parigi e poi Legato Pontificio alla Dieta di Worms; il pittore Pomponio Amalteo (1505-1588) che tanti segni della sua arte lasciò in Veneto ma soprattutto in Friuli. Altri personaggi illustri nati a Motta durante il periodo veneziano sono: il musicista Andrea Luchesi, maestro del giovane Beethoven; Antonio Scarpa, anatomico rettore dell'Università di Pavia, il pittore Pompeo Marino Molmenti.


Da ricordare tra i mottensi passati alla storia dell'Ottocento e Novecento: Leonardo Bello, ministro generale dei francescani minori; Ludovico Ciganotto, teologo e filosofo; Corrado Gini, statistico e primo presidente dell'ISTAT.

Nel Settecento inizia il declino, che continuerà per tutto l'Ottocento,

prima con l'invasione dei soldati di Napoleone (1797-1815), quindi con il lungo dominio austriaco (1816-1866) infine con il passaggio al regno d'Italia (1866-1946).

Nella guerra del 1915, oltre novecento mottensi partirono per il fronte del primo conflitto mondiale, tra loro, 236 non fecero più ritorno alle loro case. Dal 9 novembre 1917, dopo Caporetto, fino al 31 Ottobre 1918, Motta subì l'invasione delle truppe austroungariche. Per i caduti, per il valore dei figli di Motta in guerra e per le privazioni subite durante l'occupazione austriaca, il Gonfalone del Comune venne decorato della Croce di bronzo al merito di guerra.

Dopo il 10 giugno 1940, ancora una volta i giovani mottensi furono chiamati alle armi. Nei cinque anni, sui fronti di tre continenti e nella lotta per la Resistenza, caddero altri 126 figli di questa nostra terra . Nel 1947, per la seconda volta, il Gonfalone della città venne decorato di medaglia di bronzo al valor militare, mentre ai combattenti e ai caduti furono concesse due medaglie d'oro alla memoria, otto d'argento e tre di bronzo.

Con l'avvento della Repubblica, cominciarono per Motta gli anni del definitivo riscatto, improvvisamente frenato dalla grande alluvione del 5 Novembre 1966.*

Subito dopo, tuttavia, la determinazione e l'entusiasmo dei mottensi, le felici scelte politiche e amministrative ed un insieme di situazioni favorevoli portarono la città di Motta a porsi quale esempio di sviluppo economico di tutto il del Nord-Est.

La città di Motta di Livenza è gemellata con la città francese di L'Isle-Jourdain, e con il comune croato di Cherso; intrattiene altresì molti rapporti con diverse città della Slovacchia, dell'Ungheria, dell'Austria e della Germania.*

 

LO STEMMA DELLA CITTA'

 

Lo stemma della città di Motta di Livenza è rappresentato da una croce d'argento in campo rosso con due stelle ad otto punte nei campi superiori. Non v'è alcun documento che chiarisca l'origine di questo stemma, che è del tutto uguale a quello del Comune di Treviso, ma le vicende della storia possono aiutare a far luce sulle lontane origini dello stemma mottense.

Racconta il Bonifaccio nella sua “Istoria di Trivigi” che nell'anno 1195 “essendo in quei tempi stati cacciati i Campo San Pieri di Padova dal Marchese Azzo d'Este, e da Ezzelino, suo cognato; mentre Ezzelino era rimasto in Padova per le cose del Marchese; Gerardo, e Tito San Pieri, e Bianchino da Camino, avuta secreta intelligenza con Corrado Vescovo di Trivigi, il vigesimo settimo giorno d'ottobre furtivamente entrarono nella Città, della quale fatti uscir coloro, che gli erano sospetti co' loro partigiani, quivi si fermarono; e Bianchino per esser meglio trattato da' Trivigiani, si fece lor Cittadino, con promessa di stare in Trivigi ogn'anno due mesi a tempo di pace, e tre a tempo di guerra; e di tener a' Trivigiani aperti i suoi Castelli quando si guerreggiasse; rinunziando ogni pretensione, ch'egli potesse contra di loro avere per la sentenza già fatta dagli Arbitri Veronesi, e Mantovani; ed all'incontro Corrado Vescovo, Aldrighetto da Cavasio, Andrea da Rossano, Gerardino da Crispignaga, e Guidone Ainardi Consoli, a nome della Comunità lo riceverono come buon Cittadino; promettendogli di difender lui, ed i suoi Castelli in ogni occasione, né punto pregiudicare alle sue giurisdizioni. Ed il seguente giorno Trivigiani mandarono a pigliar il possesso del Castello della Motta posto sopra la Livenza.”

Ecco un primo dato importante: il 28 ottobre 1195 i Trevigiani prendono possesso del Castello della Motta, dato loro da Biaquino da Camino e vi innalzarono le loro insegne e, principalmente, l'arma della città. Si potrebbe dunque concludere già qui, dicendo che lo stemma della città di Motta è, ancor oggi, quello ricevuto da Treviso il 28 ottobre 1195. L'affermazione, per quanto vera, non riesce tuttavia a soddisfare completamente, perchè nulla dice, ad esempio, sulla insegna araldica, senza dimenticare che sulla data di adozione dell'attuale stemma da parte di Treviso i pareri degli studiosi non sono concordi.

Lo stemma crociato, molto comune in Italia, sembra derivi direttamente dalle Crociate, dal momento che era proprio la Croce il segno araldico che contraddistingueva i cavalieri che avevano partecipato alle Crociate e, guarda caso, Biaquino I da Camino, colui che nel 1195 si fece cittadino di Treviso, offrendo alla città il suo Castello della Motta, aveva partecipato alla Terza Crociata (1189-92), con Federico Barbarossa, Riccardo Cuor di Leone, Filippo Augusto di Francia. Ma si conosce anche lo stemma personale di Biaquino, o, meglio, il suo sigillo: dalla base del classico comignolo sporgono due piume o lambrecchini araldici, e nel mezzo del focolare sta uno scudo cuoriforme colla vecchia arma gentilizia, troncata di nero e d'argento.

È però possibile, come pensa Giorgio Renucci, “che la croce bianca (o argentea), come arma di comunità, sia comunque venuta alla città (di Treviso) dalla sua condizione di sede vescovile.”

L'arma crociata dunque, precisa il Renucci, proverebbe dalla bandiera vescovile, rossa alla croce d'argento.” E' tuttavia probabile che non vi sia contraddizione fra le due ipotesi e che la croce sia stata adottata dalla città di Treviso non solo quale segno di sottomissione al proprio vescovo, che aveva, nei tempi antichi, “grado ed uffizio di principe,” come ha scritto Carlo Agnoletti, ma anche perchè la città e la Terra avevano dato molti figli alle Crociate, fra cui, come s'è visto, Biaquino da Camino, Signore del Castello della Motta.

Vi sono poi le due stelle ad otto punte, aventi il medesimo colore della croce. In araldica tali stelle raffigurano la rosa dei venti e vennero adottate dalla parte guelfa. Giova ricordare, a questo proposito, che i da Camino, avendo ricevuto i loro feudi dal vescovo di Ceneda, erano, in teoria, di parte guelfa. Ma quelle due stelle sull'arma sono anche simbolo di gloria, della gloria del cielo, per intenderci, tanto è vero che l'iconografia cristiana ricorre volentieri all'immagine della “corona di stelle” per significare la gloria del paradiso. Secondo il Renucci, le due stelle simboleggiano San Pietro e San Teonisto, i due titolari della diocesi di Treviso. Probabilmente, dice lo studioso trevigiano, esse sono state aggiunte in un secondo tempo, ma è pur vero che se Motta ebbe lo stemma nel 1195 già allora lo stemma era completo così come è ai giorni nostri. Ma in origine erano proprio stelle? La domanda non è peregrina, vista la presenza in numerosi stemmi di rosette.

I da Camino stessi usavano indifferentemente i due simboli: Gherardo fa fiancheggiare il comignolo merlato da due stelle a cinque punte, mentre la celebre Gaia adotta due roselline aventi sei petali ciascuna. Nonostante queste varianti, è assai probabile che fin dall'inizio si trattasse di stelle, anche se variava il numero delle punte o raggi.

Vi è, infine, l'aspetto cromatico, ed anche qui va ricordato che nel trevigiano le due principali coppie cromatiche sono il nero-argento e il rosso-argento. La prima coppia è presente negli stemmi dei Collalto, Colfosco e da Camino, oltre che in altri, per cui se Motta avesse adottato lo scudo Caminese, l'avrebbe avuto troncato di nero e d'argento, ma questo non è mai successo o, se eventualmente lo fu, esso fu sostituito a partire da quel 28 ottobre 1195. il rosso-argento è assai più diffuso, ma solo in Destra Piave, fatta eccezione per i conti di Ceneda, di origine longobarda, che contrariamente ai Collalto, ebbero il rosso al posto del nero.

Anche sotto questo aspetto, dunque, lo stemma di Motta arriva da Treviso ed era lo stemma già adottato da quella città nel più volte ricordato 1195. In quell'anno, quando Biaquino cedette ai Trevigiani il suo Castello sulla Livenza, essi compreso immediatamente l'importanza strategica e commerciale della Motta. Era luogo fortificato ai confini orientali del trevigiano, lungo la Livenza, in faccia ai castelli di S. Stino, Lorenzaga e Meduna, che appartenevano al Patriarca di Aquileia.

Il Castello della Motta meritava dunque la massima attenzione, ne vennero rafforzate le difese, vi si mandò una guarnigione militare a presidiarlo e da Treviso furono trasferiti alla Motta diversi nuclei familiari per renderla più popolata. Vennero infine inalberate le insegne della città di Treviso, che i mottensi, subito adottarono e tennero per proprie, conservandole anche quando, nel 1233, i Trevigiani persero il Castello. E le conservarono anche durante il dominio della Serenissima, che non le cancellò e le riconobbe, consentendo alla città di Motta di tenerle ben alte nel corso dei secoli, in segno di lunghissima fedeltà, esempio unico e irripetuto nella Marca Trevigiana.

 

(tratto da “Motta di Livenza in epoca veneziana” di Anna Bellemo e Giampiero Rorato)

 

Inoltre dello stemma mottense fanno parte un ramo d'ulivo e un ramo di quercia intrecciati dal tricolore, questo sta a rappresentare l'Italia infatti, il ramo di ulivo simboleggia la volontà di pace della nazione, sia nel senso della concordia interna che della fratellanza internazionale, mentre la quercia incarna la forza e la dignità del popolo italiano. Entrambi, poi, sono espressione delle specie più tipiche del nostro patrimonio arboreo.

Infine sopra lo stemma è rappresentata una corona muraria con cinque torri il che significa che Motta di Livenza si fregia del titolo di città.


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